L’incanto sarà godersi un po’ la strada

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“Tutto ciò che la natura ha di grande,
tutto ciò che ha di piacevole,
tutto ciò che ha di terribile,
si può paragonare all’Etna,
e l’Etna non si può paragonare a nulla.”
(Dominique Vivand Denon)

E ad abbracciare l’Etna ci sono loro, i vigneti. Un mosaico di terrazze, sostenute da muretti a secco, che arrivano anche a 1.100 metri di altitudine.

Il terreno vulcanico ricco di minerali è alla base della sapidità dei vini, il microclima, le forti escursioni termiche contribuiscono allo sviluppo e fissaggio dei profumi dell’uva, conferendone struttura, freschezza ed eleganza. Per queste peculiarità spesso la zona dell’Etna viene definita “un’isola nell’isola”, ma in realtà ogni singolo versante ha caratteristiche proprie: il versante sud dà vini più mediterranei, il versante est-sud est si distingue per la finezza, mentre dal versante nord-nord est si ottengono vini che si distinguono in struttura e complessità.

La composizione del terreno, formato da cenere, lapilli e sabbia, ha difeso le viti dall’attacco della fillossera, pertanto è possibile incontrare alberelli secolari a piede franco.

Il disciplinare, rimasto invariato dal 1968, anno di riconoscimento della Doc, prevede che i vitigni per la produzione dei vini rossi siano gli autoctoni Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, mentre per i bianchi Catarratto e Carricante.

In molti ormai si sono resi conto di quanto sia vocato questo territorio, e tra i suoi grandi estimatori mi piace ricordare Lucio Dalla che alle pendici del vulcano produceva il suo vino, lo “Stronzetto dell’Etna” in versione bianca e rossa, da condividere con gli amici sulla sua barca “Brilla e Billy”.

“E debbo stare attento a non cadere nel vino
O finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino”

Ecco io purtroppo quel vino non ho avuto la fortuna di poterlo assaggiare, ma Lucio me lo immagino così, con la persona amata davanti, e il profumo dell’Etna che si insinua tra loro. E lo sento ancora un po’ più mio.

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